Il Peccato di Tantalo e il
Banchetto Sacrilego
Tratto da: Dalla Nascita degli Dei ai Sette Re di Roma di D. Fontana
Prima che il
grande Eracle potesse calcare il suolo dell'Argolide, un'ombra terribile si
allungò sulla terra per opera di Tantalo, il re di Lidia che regnava sulle
pendici del monte Sipilo. Egli era figlio di Zeus e della ninfa Pluto, e
godette di un privilegio che nessun altro mortale aveva mai conosciuto: era
ammesso regolarmente alla mensa degli Dei sull'Olimpo, dove gustava il nettare
e l'ambrosia conversando liberamente con i Numi. Ma Tantalo, invece di trarre
saggezza da tale vicinanza, lasciò che la sua mente marcisse nell'arroganza.
Egli iniziò a rubare il cibo divino per donarlo ai suoi compagni mortali e,
cosa ancor più grave, osò mettere alla prova l'onniscienza degli Dei con un
atto di crudeltà inaudita.

Per verificare se
gli Dei potessero davvero conoscere ogni segreto, Tantalo invitò gli Olimpici a
un banchetto nella sua reggia. In segreto, uccise il proprio unico figlio, il
giovanissimo Pelope, ne fece a pezzi le carni e le cucinò, servendole agli Dei
come se fossero la prelibatezza di un animale cacciato. Tutti gli immortali,
non appena il vapore di quel piatto empio giunse alle loro narici, si
ritrassero inorriditi, comprendendo all'istante l'atrocità del crimine. Solo la
dea Demetra (Cerere), che in quel tempo vagava disperata e distratta dalla
ricerca della figlia Proserpina, mangiò un piccolo pezzo della spalla sinistra
del fanciullo prima di accorgersi dell'inganno.
L'ira di Zeus fu
immediata e implacabile. Tantalo fu scagliato nel Tartaro, condannato a un
supplizio eterno che avrebbe dato il nome al termine stesso di
"tormento": egli sta immerso fino al mento in un lago di acqua
limpida, ma ogni volta che tenta di bere, l'acqua si ritira lasciando il suolo
arido; sopra di lui pendono rami carichi di frutti succosi, ma ogni volta che
allunga la mano per coglierli, un colpo di vento li sposta oltre la sua
portata. Inoltre, un'immane rupe sovrasta il suo capo, minacciando
costantemente di crollare, costringendolo a vivere in un terrore perenne che
non conosce fine, monito eterno contro chi osa insultare la maestà dei Numi.
La Rinascita
di Pelope e la Spalla d'Avorio
Ma gli Dei, nella
loro giustizia, non vollero che l'innocente Pelope rimanesse vittima della
follia paterna. Zeus ordinò alle Moire e a Ermes di radunare i pezzi del
fanciullo e di immergerli nuovamente nel lebete sacro (il calderone della
vita). Cloto, la Parca che fila il filo dell'esistenza, rimosse il corpo dal
fuoco e Pelope ne emerse più bello e radioso di prima, restituito alla vita con
una vitalità sovrumana. Poiché la spalla sinistra era stata mangiata da
Demetra, Efesto, l'inclito fabbro divino, ne forgiò una nuova utilizzando
l'avorio più puro e lucente, affinché l'eroe portasse per sempre addosso il
segno visibile del suo passaggio attraverso la morte e la rinascita divina.
Pelope divenne un
giovane dalla grazia tale da innamorare persino Poseidone, il dio che scuote la
terra. Il Nume dei mari portò il giovane sull'Olimpo, proprio come Zeus aveva
fatto con Ganimede, e gli donò un carro d'oro trainato da cavalli alati che non
conoscevano stanchezza, capaci di correre sulla cresta delle onde e sulla punta
delle messi senza lasciare traccia. Ma Pelope, giunto all'età adulta, sentì il
richiamo della terra e il desiderio di conquistare un regno e una sposa. Volse
lo sguardo verso il Peloponneso, dove il re Enomao sfidava ogni pretendente di
sua figlia Ippodamia in una corsa di carri mortale, avendo già ucciso tredici
giovani e appeso le loro teste alle porte della sua reggia.
Pelope, pur
consapevole del pericolo, invocò Poseidone sulle rive del mare notturno. Il Dio
apparve tra i flutti e gli confermò il suo favore. Con il carro divino e
l'astuzia di Mirtilo, l'auriga di Enomao che era stato corrotto con la promessa
della metà del regno (o di una notte con Ippodamia), Pelope affrontò la gara.
Mirtilo sostituì i perni di bronzo del carro di Enomao con altri di cera;
durante la folle corsa, le ruote si staccarono, il carro del re si frantumò e
Enomao perì travolto dai suoi stessi cavalli. Pelope divenne così re di tutta
la regione che da lui prese il nome di Peloponneso, dando inizio a una stirpe
di re possenti e tragici.
L'Ombra di
Mirtilo e l'Inizio della Maledizione
Tuttavia, la
gloria di Pelope fu immediatamente macchiata dal tradimento. Invece di onorare
la promessa fatta a Mirtilo, l'eroe, temendo le pretese dell'auriga, lo attirò
su un'alta scogliera e lo scagliò nel mare che da lui avrebbe preso il nome di
Mar Mirtoo. Mentre precipitava verso la morte, Mirtilo lanciò una maledizione
terribile su Pelope e su tutta la sua discendenza, invocando le Erinni affinché
il sangue non smettesse mai di scorrere tra i figli del figlio. Questo anatema
si abbatté sui figli di Pelope, Atreo e Tieste, la cui rivalità sanguinaria
avrebbe portato alle atrocità del banchetto di Tieste e, generazioni dopo, al
dramma di Agamennone e Oreste.
Ma prima che
queste ombre si addensassero del tutto, il sangue di Pelope si diffuse nelle
città di Argo e Micene, intrecciandosi con la stirpe di Perseo. Una delle
figlie di Pelope, Nicippe, andò in sposa a Stenelo, figlio di Perseo, e da loro
nacque Euristeo, colui che per volere di Giunone sarebbe diventato il padrone
delle dodici fatiche di Eracle. È in questo groviglio di ambizioni, tradimenti
e favori divini che si prepara la scena per la nascita dell'eroe più grande di
tutti i tempi, colui che avrebbe dovuto purificare il mondo dai mostri e dalla
malvagità delle stirpi antiche.
Le Muse ci
portano ora verso le mura di Tebe, dove la nobile Alcmena, discendente di
Perseo e sposa di Anfitrione, sta per diventare il centro di un piano divino
ordito da Zeus stesso. Il Re degli Dei, desiderando generare un difensore per
gli uomini e per gli stessi Dei contro le minacce future, ha scelto lei come
madre del suo ultimo figlio mortale. La maledizione dei Pelopidi e la gloria
dei Perseidi stanno per convergere in un unico, immenso evento: la lunga notte
che vedrà il concepimento di Eracle, l'invincibile.
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