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martedì 3 marzo 2026

Echidna, Cerbero, La Sfinge, La Chimera, L'Idra di Lerna e il Leone di Nemea

 

Tratto da: Dalla Nascita degli Dei ai Sette Re di Roma. In esclusiva su Amazon e su Kindle Unlimited

Un'altra creatura tremenda fu generata nelle viscere della terra, un essere che non somigliava né agli uomini né agli Dei immortali. In una caverna profonda, sotto una rupe incavata, viveva la violenta Echidna, la "madre di tutti i mostri". Ella era per metà una fanciulla bellissima, dalle guance rosate e dagli occhi seducenti, ma per l'altra metà era un serpente mostruoso, immane e maculato, capace di una ferocia inaudita. Ella dimora nel grembo della terra scura, nutrendosi di carne cruda e tramando inganni nelle tenebre.

 Gli Dei segregarono Echidna in un luogo remoto, un antro profondo situato ai piedi di un monte opaco, lontano dalle dimore dei celesti e dai commerci degli uomini. Lì, protetta dai recessi sicuri della terra degli Arimi, ella vive la sua esistenza immortale, una fanciulla dotata di una gioventù eterna e vigorosa, ma portatrice di una natura maligna. Secondo la tradizione riportata da Diodoro Siculo, questa creatura rappresenta la forza selvaggia e indomabile che precede l'ordine della civiltà olimpica.

 


Si narra che il terribile Tifone, il mostro più duro e tracotante che la natura avesse mai concepito, si sia unito in un amplesso selvaggio con Echidna, la fanciulla dalle vaghe luci. Da questa unione innaturale nacque una progenie di creature letali. Il primogenito fu Orto, il cane feroce che faceva la guardia ai buoi di Gerione. Ma fu il secondo figlio a scuotere il mondo sotterraneo: il nefasto e spietato Cerbero, il mastino dell'Orco. Egli, dotato di cinquanta gole e di un latrato che squarcia il silenzio dell'oltretomba, è un essere aspro e gagliardo che non permette a nessuno di sfuggire al regno dei morti.

  


In seguito, Echidna partorì l’iniqua Idra di Lerna, un mostro acquatico dalle molte teste che esalava un veleno mortale. La dea Era, dal candido braccio, la nutrì con odio profondo, sperando che potesse distruggere l'invincibile Eracle, figlio di Zeus. Ma l'eroe tebano, guidato dalla sapienza di Pallade Atena e aiutato dal prode Iolao, affrontò la bestia nelle paludi. Apollodoro ricorda come Eracle dovette cauterizzare i colli recisi dell'Idra affinché le teste non ricrescessero, trionfando infine su quella peste distruttrice.

 


La stirpe mostruosa proseguì con la Chimera, una creatura che spirava una vampa di fuoco irresistibile, rapida e orrenda a vedersi. Ella possedeva tre teste: una di leone fiero, una di capra che sorgeva dal dorso e una di serpente drago che fungeva da coda. Ovidio descrive la Chimera come l'incarnazione del terrore vulcanico; tuttavia, ella trovò la morte per mano del valoroso Bellerofonte che, cavalcando il cavallo alato Pegaso, la colpì dall'alto ponendo fine alle sue scorrerie nelle terre della Licia.

 


Echidna si unì poi in amore con il cane Orto, e da questo legame nacque il funesto Fice (la Sfinge), una creatura esiziale che portò la rovina e il tormento nella città di Tebe con i suoi enigmi insolubili. Insieme a lei nacque il Leone di Nemea, una fiera dalla pelle invulnerabile che la regina Giuno scelse di nutrire e inviare tra gli uomini come flagello. Il leone occupò i campi di Nemea, sbranando chiunque osasse attraversare i territori di Treto e Apesanto, finché l'Erculea forza non lo affrontò a mani nude, soffocandolo in una lotta leggendaria.

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