giovedì 12 febbraio 2026

Pentasilea e Achille

 


Pentasilea: Tratto da Mitologia Greca e Romana: Destini di donne mortali al cospetto degli Dei - Disponibile in esclusiva su Amazon.it anche Gratis su Kindle Unlimited 

 Porgi l’orecchio alla vicenda di Pentasilea, la regina guerriera il cui nome racchiude il "lutto del popolo" e la cui vita fu un turbine di polvere, sangue e bellezza, consumato sotto le mura di una Troia ormai prossima al tramonto. La sua genesi ci conduce nelle terre remote e selvagge che circondano il fiume Termodonte, nelle regioni della Scizia e del Ponto, dove le donne non conoscevano il giogo del focolare ma quello del cavallo e dell’arco. Ella era la figlia di Ares, il Dio della Guerra che infonde il furore nelle vene dei combattenti, e della regina amazzone Otrera. Fin dalla sua nascita, Pentasilea non fu educata al canto o alla danza, ma alla disciplina del ferro; ella era una creatura di maestà selvaggia, con membra agili come quelle di una pantera e uno sguardo che portava in sé il riflesso delle armature scintillanti. La sua anima, tuttavia, non era solo intessuta di eroismo, ma era gravata da un’ombra cupa e lancinante che l'avrebbe spinta verso le soglie dell'immortalità attraverso il sacrificio.

Il trauma che segnò la sua esistenza e la spinse verso il conflitto troiano fu un atto di tragica fatalità. Durante una battuta di caccia nelle fitte foreste della sua terra, Pentasilea scagliò la sua lancia contro un cervo, ma il ferro divino, deviato da un capriccio del destino o dalla volontà di una divinità avversa, colpì a morte sua sorella Ippolita. Vedere la propria carne e il proprio sangue cadere per mano propria scatenò in Pentasilea una disperazione che nessun rito di purificazione poteva placare. Ella iniziò a desiderare la morte, ma non una fine oscura o solitaria; cercava un’espiazione gloriosa, un campo di battaglia dove il suo sangue potesse scorrere per una causa nobile, liberandola dal peso insopportabile del rimorso. Fu per questo motivo che, quando giunse la notizia della morte di Ettore e del collasso imminente di Troia, Pentasilea radunò dodici scelte guerriere, tra cui Antandra, Ippotoe e Derinoe, e cavalcò verso le alte porte di Ilio per offrire il braccio delle Amazzoni al re Priamo.

L'arrivo di Pentasilea a Troia fu accolto come un miracolo solare nel mezzo di una notte senza fine. Si narra che quando ella entrò in città, il popolo troiano accorse per ammirarla, vedendo in lei non una semplice mortale, ma una divinità scesa dall'Olimpo per volere di Ares. Priamo la accolse con onori sovrani, offrendole banchetti e doni inestimabili, sperando che la forza di quella vergine guerriera potesse capovolgere l'esito di una guerra che sembrava già perduta. Pentasilea, con il volto radioso e l'armatura d'oro che brillava sotto il sole dell'Anatolia, giurò al vecchio re che avrebbe ucciso Achille, il massacratore di eroi, e che avrebbe ricacciato gli Achei nelle loro navi nere, bruciando l'orgoglio della Grecia. L'interazione con l'immortale si manifestò in quel giuramento: Ares stesso infuse in lei un vigore soprannaturale, preparandola al duello che avrebbe segnato la fine dell'epoca eroica.

Il giorno della battaglia, Pentasilea uscì dalle mura di Troia come un incendio che divampa in una selva secca. Ella cavalcava un destriero bianco come la spuma del mare, dono di Borea, e brandiva una scure bipenne di bronzo che fendeva l'aria con un fischio sinistro. La sua furia fu devastante: ella si abbatté sui ranghi greci con una precisione letale, seminando la morte tra i campioni achei. Si dice che uccise otto grandi guerrieri in un solo assalto, tra cui il medico Macaone, e che il suo grido di guerra terrorizzasse persino i veterani di mille battaglie. Gli dèi, osservando dalla cima dell'Ida, erano divisi: Ares esultava vedendo la figlia trionfare, mentre Atena ed Era guardavano con preoccupazione quella donna che sembrava poter sfidare il decreto del Fato. Per alcune ore, parve che Troia potesse davvero risorgere dalle proprie ceneri grazie al braccio dell'Amazzone.






Ma l'interazione fatale con il massimo degli eroi era inevitabile. Achille, che si era ritirato per un momento dal cuore del combattimento, udì il fragore della strage e vide la rotta dei suoi compagni. Insieme ad Aiace, il figlio di Telamone, si mosse verso la guerriera. Quando i due si trovarono l'uno di fronte all'altra, il tempo sembrò fermarsi. Pentasilea, lungi dal fuggire, scagliò la sua lancia contro lo scudo di Achille, ma il metallo forgiato da Efesto respinse l'attacco senza un graffio. L'eroe greco, con una freddezza spietata, comprese di avere davanti un avversario degno del suo nome, ma non ebbe pietà. Con un solo, tremendo colpo della sua lancia di frassino del Pelio, egli trafisse il petto di Pentasilea, trapassando l'armatura e il cuore della regina. Ella cadde da cavallo, e con lei cadde l'ultima speranza di Troia.


Ciò che accadde dopo il colpo mortale è uno dei momenti più struggenti e oscuri dell'intera epica classica, un passaggio dove la violenza della guerra incontra la follia dell'eros. Achille, desideroso di spogliare il nemico abbattuto delle sue armi, si avvicinò al corpo di Pentasilea e le tolse l'elmo piumato per contemplare il volto di colui che lo aveva sfidato con tanto ardire. In quell'istante, la bellezza radiosa e pallida della regina, accentuata dalla polvere e dal sangue del martirio, colpì l'anima del Pelide con una forza superiore a quella di ogni arma. Achille, l'invincibile, rimase folgorato da un amore tardivo e disperato per la donna che aveva appena ucciso. Egli restò immobile, a guardare quegli occhi che si spegnevano, piangendo lacrime sincere sulla spoglia di colei che avrebbe potuto essere la sua sola pari, se solo il destino non li avesse posti su lati opposti della lancia.



L'interazione con la crudeltà umana si palesò attraverso la figura di Tersite, il più deforme e maligno tra i Greci. Vedendo l'eroe piangere sulla salma della nemica, Tersite iniziò a deriderlo con parole cariche di veleno, accusandolo di lussuria verso un cadavere e offendendo la memoria della regina amazzone. In un impeto di rabbia pura, Achille colpì Tersite con un pugno così violento da ucciderlo sul colpo, scatenando un tumulto all'interno dell'accampamento greco. Nonostante le proteste dei compagni, Achille pretese che il corpo di Pentasilea fosse trattato con la massima dignità. Egli non permise che la sua salma venisse profanata o gettata nel fiume Scamandro, ma la riconsegnò ai Troiani affinché Priamo potesse celebrarne il funerale con tutta la solennità dovuta a una figlia di Ares.

Le conseguenze della sua storia furono la fine della nazione amazzonica come forza politica capace di intervenire nei destini del mondo e la consacrazione di Pentasilea come il simbolo della bellezza che risplende solo nell'istante della sua distruzione. Ella rappresenta la donna che cerca nell'eroismo la medicina per un dolore interiore, dimostrando che la gloria e la tragedia sono spesso due facce della stessa medaglia divina. La sua biografia finisce tra i fumi della pira che Priamo innalzò per lei, un rogo che illuminò per un'ultima volta le mura di Troia prima dell'inganno finale del cavallo di legno.

Pentasilea resta nel mito come la regina che non conobbe la sconfitta dello spirito, ma solo quella della carne. La sua eredità è il ricordo di un duello dove non vi fu un vero vincitore, poiché colui che sopravvisse rimase ferito nell'anima per sempre. Ella è la prova che persino il cuore più duro può essere spezzato dalla visione della bellezza sacrificata, lasciando ai posteri il nome di colei che cavalcò verso la morte per trovare la pace, diventando per l'eternità la "Sposa della Guerra".



Bauci e Filemone. La Xenia di Zeus e Ermes

 

Tratto da: Gli Olimpici: Zeus - Disponibile in esclusiva su Amazon.it anche Gratis con Kindle Unlimited

Bauci e Filemone. La Xenia

Dall'alto dell'Olimpo, dove le nubi sono cinte da diademi di luce perenne e l'etere vibra di un'armonia che i mortali non possono udire se non nei sogni, Zeus osservava con crescente sdegno la decadenza della Xenia nelle fertili valli della Frigia. La Xenia, parola greca che definisce l'ospitalità sacra come un legame indissolubile tra ospite e ospitante, era diventata un concetto dimenticato tra gli uomini, sostituto dall'avidità e dalla diffidenza verso lo straniero. Il Re degli Dei, le cui vesti erano tessute di tempesta e giustizia, decise di scendere nuovamente sulla terra sotto mentite spoglie per testare la fibra morale dell'umanità. Accompagnato dal fedele Ermes, il messaggero dalle ali veloci e dalla lingua d'oro, il Cronide assunse l'aspetto di un viandante polveroso e stanco, nascondendo la sua maestà abbacinante sotto una tunica di lino grezzo, pronto a bussare a mille porte per scoprire se ancora esistesse un barlume di pietà divina nel cuore dei mortali che popolavano quelle terre.

I due divini pellegrini attraversarono città opulente e villaggi laboriosi, bussando a palazzi dai portoni di bronzo e a dimore cinte da alte mura di pietra, ma ovunque ricevettero solo insulti, porte sbarrate e sguardi carichi di disprezzo. I ricchi proprietari, accecati dalla loro stessa Hybris, l'arroganza smisurata di chi crede di non aver bisogno degli dèi, scacciarono i due viandanti con la minaccia dei cani, violando apertamente il decreto di Zeus che poneva ogni forestiero sotto la sua diretta protezione come Zeus Xenios. Il Re degli Dei sentiva la sua collera ribollire come magma sotto la superficie del mondo, ma continuava la sua ricerca, guidato da una speranza che solo un padre può provare per i suoi figli, finché la loro marcia non li portò ai piedi di una collina solitaria, dove una minuscola capanna fatta di fango e canne palustri sembrava quasi implorare di non essere abbattuta dal vento che soffiava dalle vette innevate del monte Ida.

All'interno di quella dimora umile, vivevano Bauci e Filemone, una coppia di anziani che avevano condiviso decenni di povertà con una dignità che profumava di incenso antico. Quando Zeus ed Ermes bussarono alla loro porta di legno scheggiato, non trovarono sospetto, ma un'accoglienza calorosa e immediata, che i greci chiamavano Philoxenia, l'amore per lo straniero. Nonostante i loro corpi fossero curvati dal tempo e le loro mani nodose come radici d'ulivo, i due vecchi fecero accomodare gli ospiti su sedili coperti di stuoie grezze, offrendo loro l'unico tesoro che possedevano: un'ospitalità genuina fatta di sorrisi e di un focolare costantemente acceso. Filemone lavò i piedi dei viandanti con acqua riscaldata sul fuoco di rametti secchi, mentre Bauci preparava la tavola con un panno logoro ma pulito, dimostrando che la vera nobiltà non risiede nel metallo prezioso, ma nella capacità di donare ciò che si ha con spirito di sacrificio e amore verso il prossimo.

La cena che seguì fu un miracolo di semplicità: olive conservate nell'acqua, bacche di corniolo autunnale, ravanelli e formaggio fresco, accompagnati da vino che sapeva di terra e di fatica. Durante il banchetto, accadde un evento prodigioso che avrebbe rivelato la natura degli ospiti: il cratere del vino, che i due anziani cercavano di centellinare per non far mancare nulla ai forestieri, si riempiva magicamente da solo ogni volta che veniva svuotato. Questo fenomeno, che i greci definivano Thauma (meraviglia sovrumana), colpì i due anziani con un terrore reverenziale; essi compresero che a sedere alla loro tavola non erano uomini comuni, ma potenze celesti che avevano scelto la loro povertà per manifestarsi. In preda a una devozione frenetica, Bauci e Filemone cercarono persino di sacrificare l'unica oca che faceva loro compagnia come guardiana della casa, ma Zeus, commosso dalla loro infinita bontà, fermò il braccio di Filemone con un tocco che sapeva di pace eterna.

Zeus si alzò, riassumendo parzialmente la sua forma regale; la capanna fu improvvisamente inondata da una luce dorata che non proveniva da alcun fuoco terrestre, e il suo volto, prima segnato dalla polvere, divenne terso come il cielo dopo la tempesta. "Noi siamo dèi," proclamò la sua voce, che risuonò come un tuono lontano ma rassicurante, "e siamo venuti per punire l'empietà di questa terra, ma per voi la giustizia del cielo ha preparato un destino differente." Egli condusse i due anziani sulla cima della collina e, volgendosi verso la valle, scatenò una pioggia torrenziale che in pochi istanti sommerse tutte le case dei vicini spietati, trasformando la regione in un lago perenne. Solo la loro povera capanna fu risparmiata, ma sotto il tocco della Folgore, essa iniziò a trasmutarsi: le colonne di canna divennero marmo di Paro, il tetto di paglia si trasformò in tegole d'oro e il povero focolare divenne un altare consacrato al culto del Re degli Dei.

Zeus chiese allora a Bauci e Filemone quale fosse il loro desiderio supremo, pronti ad esaudire ogni richiesta per onorare il loro atto di fede. Gli anziani, che avevano vissuto una vita di Homonoia (concordia di spirito), non chiesero ricchezze o potere, ma di poter servire come sacerdoti nel nuovo tempio di Zeus e, soprattutto, di non dover mai vedere la tomba dell'altro, desiderando di morire nello stesso istante affinché l'amore non fosse spezzato dal dolore della solitudine. Il Cronide, ammirato da tale purezza di cuore, concesse la loro grazia; per molti anni essi vegliarono sul tempio, finché un giorno, mentre stavano pregando davanti ai gradini di marmo, iniziarono a sentirsi trasformare. Le loro membra si fecero rigide e venate di corteccia, i loro capelli divennero fronde rigogliose e i loro piedi affondarono nella terra sacra, trasformandoli in due alberi intrecciati: una quercia, simbolo della forza di Zeus, e un tiglio, simbolo della dolcezza della cura.

Ancora oggi, chi visita quei luoghi può udire il sussurro dei due alberi che si carezzano al vento, un'eterna testimonianza del fatto che la giustizia di Zeus non dimentica mai chi onora le leggi dell'umanità. Questo mito illustra perfettamente la funzione di Zeus come Zeus Xenios, il dio che garantisce l'ordine morale attraverso l'osservanza del rispetto reciproco, un valore che egli pose alla base della civiltà greca per distinguere l'uomo dalla belva. Il Re degli Dei dimostrò che la sua grandezza non risiede solo nel fulmine che distrugge le città empie, ma nella capacità di riconoscere il valore infinito di un pasto condiviso con amore. Bauci e Filemone rimasero per sempre nella memoria del mito come l'esempio supremo della pietà che vince la morte, sotto l'occhio vigile di un dio che, sebbene sieda sulle vette più alte del mondo, non disdegna di sedere a tavola con chi sa ancora cosa voglia dire essere veramente umani.