giovedì 12 febbraio 2026

Di San Francesco, di Frate Jacopa, dei Mostaccioli e della morte del Santo


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Di San Francesco, di Frate Jacopa, dei Mostaccioli e della morte del Santo

 L'incontro nella Città Eterna

La storia di Jacopa de' Settesoli e Francesco d'Assisi non ha l'odore aspro della penitenza solitaria, ma il profumo ricco del misticismo che si fa carne nel cuore di Roma, la città che nel 1212 vide l'incontro tra due anime predestinate a ridefinire i confini della santità. Jacopa, nata dalla nobile e potentissima stirpe dei Frangipane e sposa di Graziano Frangipane, non era una donna qualunque: era una matrona romana di straordinario ingegno, dotata di una tempra ferrea e di una capacità gestionale che le permetteva di amministrare i vasti possedimenti di famiglia con una saggezza che sfidava le convenzioni maschili dell'epoca. Quando Francesco giunse a Roma per perorare la causa della sua nascente fraternità davanti al soglio di Pietro, non trovò in Jacopa solo una protettrice influente, ma una "sorella nello spirito" che comprese immediatamente la portata rivoluzionaria della sua "Madonna Povertà". Jacopa rimase folgorata dalla nuda verità del Poverello, quel piccolo uomo che odorava di terra e di cielo, capace di guardare oltre le pietre gloriose dei fori romani per scorgere la presenza viva di Dio tra i derelitti. Fu in quel periodo di predicazione romana che Jacopa mise a disposizione di Francesco l'ospedale di San Biagio, che sarebbe poi diventato il cuore pulsante del convento di San Francesco a Ripa, segnando l'inizio di un'amicizia sacra che avrebbe superato le barriere del genere, del rango sociale e persino delle rigide regole claustrali, intrecciando per sempre il destino della nobile matrona a quello dell'uomo che parlava con gli uccelli e con i lupi.

"Frate Jacopa": la forza di un'anima virile

Nella visione ecclesiologica e spirituale di Francesco d'Assisi, Jacopa de' Settesoli occupava un posto talmente unico e privilegiato da spingere il Santo a compiere un atto di audacia terminologica senza precedenti: egli iniziò a chiamarla, con affetto e reverenza, "Frate Jacopa". Questo appellativo non era un semplice vezzeggiativo, ma il riconoscimento formale di una forza d'animo, di una risolutezza e di una fedeltà che Francesco considerava "virili" secondo i canoni della spiritualità medievale, che associavano la fermezza del carattere alla mascolinità eroica. Per Francesco, Jacopa non era una creatura fragile da proteggere o una peccatrice da istruire, ma un soldato della fede che combatteva al suo fianco con la stessa intensità dei suoi primi compagni, da Leone a Bernardo. Jacopa non entrò mai in un convento di Clarisse, non indossò il velo né si sottomise alla clausura, poiché la sua missione era nel mondo, tra le trame della politica romana e l'amministrazione della carità pratica, agendo come un ponte tra la radicalità evangelica di Assisi e la complessità burocratica della Curia. Questo legame era così profondo che Francesco, pur essendo estremamente rigoroso nel limitare i contatti con le donne per evitare ogni ombra di scandalo o distrazione dai voti, faceva per lei un'eccezione costante, permettendole di frequentare i luoghi della fraternità e consultandola su questioni di vitale importanza. Jacopa incarnava l'ideale della "Terziaria" ante litteram, una donna che sapeva trasformare la ricchezza in servizio e la nobiltà in umiltà, diventando il pilastro economico e spirituale su cui Francesco si appoggiava durante i suoi difficili soggiorni nella Città Eterna, dove l'odore dell'incenso papale spesso copriva il grido dei poveri che Jacopa, invece, ascoltava incessantemente.

I mostaccioli: la dolcezza del Poverello

C'è un dettaglio sensoriale e quasi domestico che rende l'amicizia tra Francesco e Jacopa profondamente umana e tenera: la predilezione del Santo per i cosiddetti "mostaccioli", quei dolcetti romani fatti di farina, miele e mandorle che Jacopa preparava personalmente per lui. È un paradosso commovente pensare che l'uomo che aveva fatto della privazione assoluta e del digiuno estenuante il suo pane quotidiano, l'asceta che mescolava la cenere al cibo per non provarne piacere, avesse conservato un desiderio fanciullesco per la dolcezza delle mandorle tostate preparate dalle mani di "Frate Jacopa". Questi mostaccioli non erano semplici dolci, ma simboli di un'affettività pura che non temeva la materia, frammenti di conforto cheJacopa portava con sé ogni volta che si recava in visita dal Santo, sapendo che quel corpo ormai consumato dalle stigmate e dalle malattie aveva bisogno di una carezza zuccherina per sopportare il peso della missione. L'odore dei mostaccioli, che si mescolava a quello delle rose selvatiche che circondavano gli eremi francescani, rappresentava per Francesco il legame con la "Sorella Madre Terra" e con la tenerezza materna che non aveva trovato nella propria famiglia biologica, ma che Jacopa gli offriva con generosità regale. La ricetta dei mostaccioli di Jacopa, intrisa di miele e di amore fraterno, divenne col tempo una sorta di reliquia gastronomica della tradizione francescana, il segno che la santità non è negazione della gioia, ma capacità di godere della bellezza e della dolcezza come doni supremi della creazione. In ogni mandorla e in ogni goccia di miele di quei dolci, Francesco scorgeva la cura di una donna che aveva compreso come anche il palato, se educato alla gratitudine, potesse diventare uno strumento di lode al Creatore, unendo il misticismo della Verna alla fragranza dei forni romani.

L'autunno del 1226 e l'approssimarsi di Sorella Morte

L'ottobre del 1226 trovò Francesco d'Assisi ormai ridotto a un'ombra di se stesso presso la Porziuncola, il luogo che aveva amato più di ogni altro sulla terra, dove i suoi giorni si stavano spegnendo tra i dolori lancinanti di una cecità quasi totale e le ferite mistiche che ancora sanguinavano sui suoi piedi e sulle sue mani. Il corpo del Poverello, che egli chiamava con amara ironia "Frate Asino", era ormai al limite della resistenza, logorato dalle fatiche apostoliche e da una vita passata a sfidare le intemperie e il dolore per amore di Cristo. Sentendo che "Sorella Morte" stava per bussare alla sua porta con il suo tocco definitivo, Francesco non cercò il conforto di potenti cardinali o di grandi teologi, ma il suo cuore volò immediatamente a Roma, verso l'unica persona che sentiva capace di accompagnarlo in quell'ultimo transito con la fermezza di un compagno d'armi e la dolcezza di una madre. Francesco era consapevole che il tempo stringeva e che il suo passaggio all'altra vita non doveva essere un momento di lutto disperato, ma un ritorno gioioso alla casa del Padre, e desiderava che Jacopa fosse presente per dare l'ultimo addio a quel mondo che insieme avevano cercato di trasformare in un giardino di pace. In quel clima di attesa sacra, dove l'aria della valle spoletana odorava di foglie morte e di incenso, Francesco decise di compiere un ultimo atto di sovranità spirituale, dettando una lettera che sarebbe diventata uno dei documenti più toccanti e straordinari di tutta la storia del misticismo occidentale, una richiesta di presenza che superava ogni regola formale per approdare alla nuda verità degli affetti.

La lettera dettata dal cuore

Fu così che Francesco chiamò a sé i suoi compagni più intimi e dettò quella lettera che ancora oggi fa vibrare le corde dell'anima per la sua urgenza e la sua sconcertante semplicità, indirizzata a quella donna che per lui era più di un seguace: "A Donna Jacopa, serva dell'Altissimo, Frate Francesco, piccolino di Cristo, salute e comunione nello Spirito Santo". Nel testo, Francesco non usò giri di parole teologici, ma andò dritto al punto con la concretezza di chi vede la soglia dell'eternità: le chiedeva di mettersi in viaggio immediatamente, di non indugiare neanche un istante se desiderava vederlo ancora vivo, poiché la fine era ormai imminente e il suo desiderio di salutarla era più forte di ogni agonia. Le indicò con minuzia anche ciò che doveva portare con sé: un panno di colore cenerino per avvolgere il suo corpo nel momento della sepoltura, i ceri per la veglia funebre e, con un tocco di tenerezza che spezza il cuore, le chiese di portare quei "mostaccioli" che tante volte lo avevano confortato durante i suoi soggiorni romani. Questa lettera è la prova tangibile di come Francesco non vedesse alcuna contraddizione tra la sua santità altissima e il desiderio di un ultimo piacere terreno condiviso con un'amica cara; era il testamento di un uomo che amava la vita fino all'ultimo istante, che non disdegnava il conforto di una stoffa morbida o il sapore di un dolce, purché offerti nel nome di quella fratellanza universale che Jacopa incarnava perfettamente. La missiva doveva partire per Roma a cavallo, portata da un messaggero veloce, ma il destino e la grazia divina avevano già predisposto una sorpresa che avrebbe reso quella lettera, in un certo senso, superflua e miracolosa allo stesso tempo.

Il miracolo della porta aperta

Mentre il messaggero si preparava a sellare il cavallo per galoppare verso Roma con la lettera di Francesco nel petto, accadde qualcosa di prodigioso che lasciò i frati presenti alla Porziuncola in uno stato di sbalordimento mistico: un rumore di zoccoli e di carri si udì improvvisamente avvicinarsi all'eremo, rompendo il silenzio della preghiera. Prima ancora che la lettera potesse lasciare i confini di Assisi, Jacopa de' Settesoli era già arrivata alla porta del convento, accompagnata dai suoi figli e da un seguito di servitori, carica di tutto ciò che il Santo stava proprio in quel momento chiedendo per iscritto. Si racconta che Jacopa avesse ricevuto in preghiera, mentre si trovava a Roma, un avviso interiore dallo Spirito Santo, che le aveva mostrato la condizione disperata di Francesco e le aveva ordinato di partire senza indugio portando con sé il panno cenerino, i ceri e, naturalmente, i mostaccioli. Quando i frati, confusi e incerti sul da farsi, corsero da Francesco per annunciargli che "Frate Jacopa" era alla porta e chiedeva di entrare, il Santo sorrise con quel poco di forza che gli restava e ordinò loro di sospendere immediatamente l'osservanza della clausura che vietava l'ingresso alle donne. "Benedetto sia Dio, che ci ha mandato il nostro Frate Jacopa! Aprite le porte e fatela entrare, poiché per lei non vale la regola che proibisce l'accesso alle donne", disse Francesco, stabilendo un primato assoluto dell'amore e dell'amicizia sulla norma giuridica, accogliendo l'unica donna che potesse stare al suo fianco nel momento del transito estremo.

L'ultima carezza di Frate Jacopa

L'ingresso di Jacopa nella cella della Porziuncola fu un momento di una densità spirituale e umana inenarrabile: la nobile matrona si gettò ai piedi del letto del Santo, bagnando di lacrime quelle mani segnate dai chiodi della passione, mentre l'odore delle rose selvatiche che fiorivano miracolosamente senza spine si mescolava alla fragranza dei dolci romani che lei aveva portato con sé. Jacopa estrasse dal suo bagaglio il panno di colore cenerino, una stoffa povera ma nobile nella sua semplicità, proprio come Francesco aveva desiderato, e i ceri che avrebbero illuminato l'ultima notte del Santo sulla terra. Non ci fu bisogno di spiegazioni o di lunghi discorsi: Jacopa comprese tutto con un solo sguardo, vedendo in quel corpo martoriato non un cadavere imminente, ma il tempio vivente dello Spirito Santo che si accingeva a tornare alla sorgente della luce. Francesco accettò con gratitudine infinita i dolci portati dall'amica, assaporando un ultimo frammento di quella cortesia romana che Jacopa rappresentava, e chiese che lei restasse con lui fino alla fine, vegliando insieme ai frati più intimi. In quella stanza, tra il fumo delle candele e il mormorio dei salmi, Jacopa de' Settesoli non era più la potente vedova dei Frangipane, ma il "Frate Jacopa" che Francesco aveva amato, la custode dell'ultimo respiro del Poverello, colei che aveva avuto il privilegio unico di trasformare la morte di un santo in un evento di intima e sacra familiarità.

Il Transito e la visione della gloria

La notte del 3 ottobre 1226, mentre le allodole, uccelli amanti della luce e nemici dell'oscurità, cantavano stranamente nel buio sopra il tetto della Porziuncola, Francesco d'Assisi rese l'anima a Dio, circondato dall'affetto dei suoi frati e dalla presenza silenziosa e ieratica di Jacopa. La matrona romana fu testimone oculare del "Transito", quel momento in cui l'anima di Francesco si staccò dal corpo per ascendere al cielo, e fu tra le prime persone ad avere l'onore di baciare le stigmate scoperte, confermando con i propri occhi il miracolo della somiglianza carnale del Santo con il Cristo sofferente. Jacopa non cedette a un dolore disperato, ma mantenne quella dignità regale che Francesco tanto ammirava, occupandosi personalmente dei preparativi per la sepoltura, usando quel panno cenerino che aveva portato da Roma per avvolgere le spoglie mortali del suo "fratello". L'odore di rose e incenso che emanava dal corpo del defunto era per Jacopa la conferma che la scommessa di Francesco sulla povertà era stata vinta, che la morte era stata davvero "sorella" e che quel piccolo uomo aveva cambiato per sempre il senso della presenza di Dio nel mondo. Jacopa restò ad Assisi per i giorni successivi, partecipando ai riti funebri e al trionfale trasporto della salma verso la chiesa di San Giorgio, agendo come una colonna di forza per la fraternità rimasta orfana, portando nel cuore il segreto di un'amicizia che la morte non aveva spezzato, ma elevato alla dimensione dell'eternità.

Il legame eterno tra Roma e Assisi

Dopo la morte di Francesco, Jacopa de' Settesoli non fece ritorno definitivo alla sua vita di corte romana, ma scelse di passare gran parte del tempo rimastole ad Assisi, sentendo che il suo posto era accanto alla tomba dell'amico e tra le pietre che avevano visto nascere il loro sogno universale. Ella continuò a sostenere l'Ordine dei Frati Minori con la sua influenza e le sue risorse, assicurandosi che la memoria di Francesco non venisse distorta o istituzionalizzata in modo da soffocarne lo spirito originario. Jacopa divenne la custode vivente delle tradizioni romane di Francesco, portando avanti quel connubio unico tra misticismo e carità pratica che aveva caratterizzato il loro rapporto, e diventando un punto di riferimento per i primi biografi del Santo, come Tommaso da Celano, che riconobbero in lei una fonte inestimabile di verità. La matrona romana visse ancora molti anni, invecchiando con la grazia di chi ha visto Dio negli occhi di un amico povero, e non smise mai di preparare quei mostaccioli che per lei erano il sapore della santità e della nostalgia del cielo. Il legame tra Roma e Assisi, cementato dal sangue dei martiri e dal miele di Jacopa, divenne l'asse portante della nuova spiritualità francescana, una via che passava attraverso la bellezza delle città e la solitudine degli eremi, unendo in un unico abbraccio la matrona e il mendicante, il palazzo e la Porziuncola.

L'ultima dimora nella Basilica Inferiore

La grandezza di Jacopa de' Settesoli e il riconoscimento ufficiale della sua importanza nella vita di Francesco trovarono la loro consacrazione definitiva in un onore che non è stato concesso a nessun'altra donna, neppure alla stessa Santa Chiara: Jacopa è infatti l'unica persona di sesso femminile sepolta all'interno della Basilica Inferiore di Assisi, a pochi passi dalla cripta che custodisce le spoglie del Santo. La sua tomba, situata ai piedi della scalinata che conduce alla tomba di Francesco, reca un'epigrafe che ancora oggi commuove i pellegrini: "Hic requiescit Jacoba sancta romana nobili", un riconoscimento della sua nobiltà di nascita ma soprattutto della sua nobiltà di spirito. Jacopa desiderò essere sepolta lì per continuare a vegliare sul suo "Frate Francesco" anche nell'eternità, restando sulla soglia del mistero proprio come aveva fatto alla porta della Porziuncola in quel lontano ottobre del 1226. Ancora oggi, ogni anno, durante le celebrazioni del Transito di San Francesco, viene offerto il "Premio Rosa d'Argento" a una donna che si sia distinta per la sua testimonianza di fede e carità, in onore di Jacopa, e l'odore dei mostaccioli continua a diffondersi nelle vie di Assisi come un richiamo alla dolcezza che la santità può portare nel mondo. Jacopa de' Settesoli resta per sempre il simbolo di una femminilità forte e libera, che non ha avuto bisogno di voti per essere santa, ma che ha saputo amare senza misura, dimostrando che l'amicizia tra un uomo e una donna, quando è radicata in Dio, può diventare una delle luci più brillanti e profumate della storia dell'umanità.

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