Il Leone del Citerone e
il Letto dei Re
Durante la sua permanenza sul monte Citerone, la
tranquillità del lavoro pastorale di Eracle fu interrotta dalla comparsa di una
creatura che sembrava uscita direttamente dagli incubi più oscuri del mondo
antico: il Leone del Citerone. Non era una semplice belva affamata, ma un
predatore di dimensioni spaventose, dotato di una furbizia quasi demoniaca e di
una ferocia che aveva decimato le mandrie del re di Tebe e quelle del vicino re
Tespio. Il leone non si limitava a uccidere per nutrirsi; sembrava trarre
piacere dal seminare il panico, lasciando dietro di sé una scia di carcasse
dilaniate che nessun cacciatore locale aveva avuto il coraggio di vendicare. La
pelle della bestia era spessa e rugosa, capace di deviare le frecce comuni, e
il suo ruggito faceva tremare le fondamenta delle stalle fino a valle. Eracle,
vedendo la disperazione dei pastori che erano diventati la sua unica famiglia,
decise che era giunto il momento di mettere alla prova tutto ciò che aveva
appreso dai suoi grandi maestri. Questa non era una lezione in un'aula o un
allenamento nel cortile del palazzo; era una lotta per la sopravvivenza contro
una forza della natura che non conosceva pietà. Il giovane semidio si preparò
alla caccia con una calma glaciale, consapevole che abbattere quel mostro
significava non solo proteggere le mandrie, ma anche riscattarsi agli occhi del
mondo dopo il sangue versato a Tebe.
Per cinquanta giorni consecutivi, Eracle diede la caccia al
leone attraverso le gole scoscese e le foreste impenetrabili del Citerone. Fu
una prova di resistenza sovrumana che lo portò oltre i limiti della fatica
mortale: mangiava radici e bacche, dormiva all'addiaccio con la clava al fianco
e imparava a leggere ogni minimo segno lasciato dalla bestia sul terreno. Il
leone, sentendosi braccato da un avversario diverso da tutti gli altri, cercava
di attirarlo in trappole naturali, spostandosi su terreni dove la forza fisica
contava meno dell'agilità. Eracle, tuttavia, possedeva la pazienza infinita di
chi ha già perso tutto; non si lasciò scoraggiare dai fallimenti e continuò a
tallonare il predatore, riducendo gradualmente lo spazio di manovra della
fiera. Infine, riuscì a isolare il leone in una grotta dalle pareti di roccia
nuda, un luogo che puzzava di morte e di marciume dove la bestia aveva
accumulato i resti delle sue vittime. In quell'oscurità soffocante, gli occhi
del leone brillarono come braci infernali, e il silenzio fu interrotto solo dal
ringhio sordo di chi sa di non avere più vie di fuga. Eracle entrò nella tana
non con la paura di un uomo, ma con la determinazione di un dio che reclama il
suo posto nella gerarchia del creato, pronto a concludere quella partita a
scacchi con un atto di violenza suprema.
Lo scontro finale tra Eracle e il Leone del Citerone fu
un'orgia di forza bruta e istinto selvaggio. Non appena il leone balzò in
avanti con le fauci spalancate per staccare la testa dell'intruso, Eracle non
indietreggiò; scartò di lato con la velocità che Castore gli aveva insegnato e
colpì il fianco della bestia con la sua enorme clava d'olivo. Il colpo avrebbe
spezzato il tronco di un albero, ma il leone si rialzò quasi immediatamente,
ruggendo con una rabbia rinnovata. La lotta proseguì corpo a corpo: Eracle
sentiva gli artigli del leone cercare di squarciare la sua carne, mentre lui
stringeva le braccia attorno al collo massiccio della fiera in una presa
soffocante. Il calore dei loro corpi saturava la grotta, il sudore del semidio
si mescolava al sangue del predatore in una danza macabra. Infine, con un urlo
che sembrò scuotere la montagna stessa, Eracle caricò un ultimo colpo di clava
che si abbatté sulla fronte della bestia, schiacciandole il cranio in un unico,
definitivo impatto. Il leone crollò al suolo, finalmente inerte. Eracle rimase
in piedi sopra la sua preda, ansimante e coperto di polvere, rendendosi conto
di aver compiuto la sua prima grande impresa eroica. Scuoiò l'animale e decise
di indossarne la pelle come una corazza, trasformando il simbolo del terrore in
un emblema di protezione, un gesto che sarebbe diventato la sua firma
iconografica per i millenni a venire.
Durante il periodo della caccia, Eracle era stato ospite di
Tespio, il re di Tespie, che governava le terre ai piedi del Citerone. Tespio
non era solo grato per la protezione delle sue mandrie, ma era anche un uomo di
grande visione politica e biologica. Osservando la potenza fisica inaudita di
Eracle e conoscendo la sua origine divina, il re concepì un piano audace per
garantire al suo regno una stirpe di guerrieri e governanti superiori. Tespio
aveva cinquanta figlie, nate da diverse mogli, tutte in età da marito o quasi.
Invece di cercare alleanze con altri piccoli sovrani locali, decise di usare il
giovane eroe come un seme divino per fecondare la sua intera discendenza. Ogni
notte, per tutte le cinquanta notti della caccia, il re inviava una delle sue
figlie nella stanza di Eracle. Alcune versioni del mito narrano che Eracle
fosse talmente esausto per la caccia da non accorgersi del cambio di donna,
convinto di giacere sempre con la stessa persona; altre fonti, più inclini a
sottolineare la sua natura esuberante, suggeriscono che egli accettò con
entusiasmo quell'offerta di piacere sistematico. In ogni caso, l'atto non era
visto come un peccato nel contesto del mito, ma come un dovere di ospitalità e
una benedizione genetica che avrebbe generato i Tespiaidi, una stirpe di eroi
destinata a colonizzare la Sardegna e altre terre lontane.
Quell'unione massiccia e senza precedenti tra un solo uomo e
cinquanta donne in un lasso di tempo così breve divenne una delle prove più
celebri della resistenza e della vitalità di Eracle. Egli onorò il talamo di
ogni principessa con la stessa energia con cui affrontava le belve sul monte,
dimostrando che la sua divinità si manifestava tanto nella distruzione quanto
nella creazione. Le figlie di Tespio, dal canto loro, accolsero quell'unione
non come una costrizione, ma come l'opportunità di portare in grembo un
frammento del potere di Zeus. Da queste notti nacquero cinquanta figli (in
alcune versioni cinquantuno, poiché una delle figlie partorì due gemelli),
tutti destinati a diventare leader, fondatori di città o guerrieri leggendari.
Questo episodio sottolinea un aspetto fondamentale del mito eracleo: l'eroe non
appartiene a una sola famiglia o a una sola città, ma è una forza
fertilizzatrice che sparge il proprio sangue divino ovunque passi. Eracle, in
quelle cinquanta notti, smise di essere un semplice fuggitivo da Tebe per
diventare il capostipite di una nazione, un essere la cui biologia era talmente
potente da poter sostenere il peso di una discendenza sterminata senza mai
vacillare, trasformando il piacere dell'ospitalità in un atto di ingegneria dinastica
di proporzioni mitiche.
Mentre si trovava ancora sulle montagne, prima di tornare alla vita civile e dopo aver concluso le sue fatiche erotiche e venatorie, Eracle visse un'esperienza visionaria che avrebbe definito la sua intera bussola morale. Si racconta che, seduto in un luogo solitario tra due sentieri divergenti, gli apparvero due donne di straordinaria bellezza ma di natura opposta. La prima, chiamata Kakia (il Vizio o il Piacere), era vestita con abiti trasparenti, truccata in modo provocante e gli prometteva una vita priva di ogni fatica, ricca di piaceri sensuali, ricchezze senza sforzo e godimenti continui. La seconda, Arete (la Virtù), aveva un aspetto severo e dignitoso, vestita di bianco candido, e gli parlava di una strada in salita, fatta di sudore, sacrifici, sofferenze e fatiche incessanti al servizio degli altri, ma che portava infine alla gloria eterna e alla vicinanza con gli dei. Kakia cercava di sedurlo con la promessa di una felicità immediata e facile, mentre Arete lo sfidava a diventare l'uomo per cui era nato. Eracle, nonostante la sua natura impulsiva e il suo amore per i piaceri della vita, guardò dentro se stesso e vide la scintilla del tuono di suo padre. Comprese che una vita di ozio sarebbe stata la morte della sua anima divina e scelse consapevolmente la strada della Virtù. Questa scelta non fu un atto di moralismo astratto, ma l'accettazione del suo ruolo di servitore del mondo, un impegno che lo avrebbe portato a soffrire immensamente, ma che avrebbe garantito che il nome di Eracle non fosse mai dimenticato finché ci fosse stato un uomo sulla terra capace di ammirare il coraggio.
Tratto da - Mitologia Greca e Romana, Gli Olimpici: ERACLE disponibile su Amazon e su Kindle Unlimited. https://amzn.eu/d/0fgbcEbw


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