giovedì 12 febbraio 2026

Bauci e Filemone. La Xenia di Zeus e Ermes

 

Tratto da: Gli Olimpici: Zeus - Disponibile in esclusiva su Amazon.it anche Gratis con Kindle Unlimited

Bauci e Filemone. La Xenia

Dall'alto dell'Olimpo, dove le nubi sono cinte da diademi di luce perenne e l'etere vibra di un'armonia che i mortali non possono udire se non nei sogni, Zeus osservava con crescente sdegno la decadenza della Xenia nelle fertili valli della Frigia. La Xenia, parola greca che definisce l'ospitalità sacra come un legame indissolubile tra ospite e ospitante, era diventata un concetto dimenticato tra gli uomini, sostituto dall'avidità e dalla diffidenza verso lo straniero. Il Re degli Dei, le cui vesti erano tessute di tempesta e giustizia, decise di scendere nuovamente sulla terra sotto mentite spoglie per testare la fibra morale dell'umanità. Accompagnato dal fedele Ermes, il messaggero dalle ali veloci e dalla lingua d'oro, il Cronide assunse l'aspetto di un viandante polveroso e stanco, nascondendo la sua maestà abbacinante sotto una tunica di lino grezzo, pronto a bussare a mille porte per scoprire se ancora esistesse un barlume di pietà divina nel cuore dei mortali che popolavano quelle terre.

I due divini pellegrini attraversarono città opulente e villaggi laboriosi, bussando a palazzi dai portoni di bronzo e a dimore cinte da alte mura di pietra, ma ovunque ricevettero solo insulti, porte sbarrate e sguardi carichi di disprezzo. I ricchi proprietari, accecati dalla loro stessa Hybris, l'arroganza smisurata di chi crede di non aver bisogno degli dèi, scacciarono i due viandanti con la minaccia dei cani, violando apertamente il decreto di Zeus che poneva ogni forestiero sotto la sua diretta protezione come Zeus Xenios. Il Re degli Dei sentiva la sua collera ribollire come magma sotto la superficie del mondo, ma continuava la sua ricerca, guidato da una speranza che solo un padre può provare per i suoi figli, finché la loro marcia non li portò ai piedi di una collina solitaria, dove una minuscola capanna fatta di fango e canne palustri sembrava quasi implorare di non essere abbattuta dal vento che soffiava dalle vette innevate del monte Ida.

All'interno di quella dimora umile, vivevano Bauci e Filemone, una coppia di anziani che avevano condiviso decenni di povertà con una dignità che profumava di incenso antico. Quando Zeus ed Ermes bussarono alla loro porta di legno scheggiato, non trovarono sospetto, ma un'accoglienza calorosa e immediata, che i greci chiamavano Philoxenia, l'amore per lo straniero. Nonostante i loro corpi fossero curvati dal tempo e le loro mani nodose come radici d'ulivo, i due vecchi fecero accomodare gli ospiti su sedili coperti di stuoie grezze, offrendo loro l'unico tesoro che possedevano: un'ospitalità genuina fatta di sorrisi e di un focolare costantemente acceso. Filemone lavò i piedi dei viandanti con acqua riscaldata sul fuoco di rametti secchi, mentre Bauci preparava la tavola con un panno logoro ma pulito, dimostrando che la vera nobiltà non risiede nel metallo prezioso, ma nella capacità di donare ciò che si ha con spirito di sacrificio e amore verso il prossimo.

La cena che seguì fu un miracolo di semplicità: olive conservate nell'acqua, bacche di corniolo autunnale, ravanelli e formaggio fresco, accompagnati da vino che sapeva di terra e di fatica. Durante il banchetto, accadde un evento prodigioso che avrebbe rivelato la natura degli ospiti: il cratere del vino, che i due anziani cercavano di centellinare per non far mancare nulla ai forestieri, si riempiva magicamente da solo ogni volta che veniva svuotato. Questo fenomeno, che i greci definivano Thauma (meraviglia sovrumana), colpì i due anziani con un terrore reverenziale; essi compresero che a sedere alla loro tavola non erano uomini comuni, ma potenze celesti che avevano scelto la loro povertà per manifestarsi. In preda a una devozione frenetica, Bauci e Filemone cercarono persino di sacrificare l'unica oca che faceva loro compagnia come guardiana della casa, ma Zeus, commosso dalla loro infinita bontà, fermò il braccio di Filemone con un tocco che sapeva di pace eterna.

Zeus si alzò, riassumendo parzialmente la sua forma regale; la capanna fu improvvisamente inondata da una luce dorata che non proveniva da alcun fuoco terrestre, e il suo volto, prima segnato dalla polvere, divenne terso come il cielo dopo la tempesta. "Noi siamo dèi," proclamò la sua voce, che risuonò come un tuono lontano ma rassicurante, "e siamo venuti per punire l'empietà di questa terra, ma per voi la giustizia del cielo ha preparato un destino differente." Egli condusse i due anziani sulla cima della collina e, volgendosi verso la valle, scatenò una pioggia torrenziale che in pochi istanti sommerse tutte le case dei vicini spietati, trasformando la regione in un lago perenne. Solo la loro povera capanna fu risparmiata, ma sotto il tocco della Folgore, essa iniziò a trasmutarsi: le colonne di canna divennero marmo di Paro, il tetto di paglia si trasformò in tegole d'oro e il povero focolare divenne un altare consacrato al culto del Re degli Dei.

Zeus chiese allora a Bauci e Filemone quale fosse il loro desiderio supremo, pronti ad esaudire ogni richiesta per onorare il loro atto di fede. Gli anziani, che avevano vissuto una vita di Homonoia (concordia di spirito), non chiesero ricchezze o potere, ma di poter servire come sacerdoti nel nuovo tempio di Zeus e, soprattutto, di non dover mai vedere la tomba dell'altro, desiderando di morire nello stesso istante affinché l'amore non fosse spezzato dal dolore della solitudine. Il Cronide, ammirato da tale purezza di cuore, concesse la loro grazia; per molti anni essi vegliarono sul tempio, finché un giorno, mentre stavano pregando davanti ai gradini di marmo, iniziarono a sentirsi trasformare. Le loro membra si fecero rigide e venate di corteccia, i loro capelli divennero fronde rigogliose e i loro piedi affondarono nella terra sacra, trasformandoli in due alberi intrecciati: una quercia, simbolo della forza di Zeus, e un tiglio, simbolo della dolcezza della cura.

Ancora oggi, chi visita quei luoghi può udire il sussurro dei due alberi che si carezzano al vento, un'eterna testimonianza del fatto che la giustizia di Zeus non dimentica mai chi onora le leggi dell'umanità. Questo mito illustra perfettamente la funzione di Zeus come Zeus Xenios, il dio che garantisce l'ordine morale attraverso l'osservanza del rispetto reciproco, un valore che egli pose alla base della civiltà greca per distinguere l'uomo dalla belva. Il Re degli Dei dimostrò che la sua grandezza non risiede solo nel fulmine che distrugge le città empie, ma nella capacità di riconoscere il valore infinito di un pasto condiviso con amore. Bauci e Filemone rimasero per sempre nella memoria del mito come l'esempio supremo della pietà che vince la morte, sotto l'occhio vigile di un dio che, sebbene sieda sulle vette più alte del mondo, non disdegna di sedere a tavola con chi sa ancora cosa voglia dire essere veramente umani.


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