Tratto da: Gli Olimpici: Zeus - Disponibile in esclusiva su Amazon.it anche Gratis con Kindle Unlimited
Bauci e Filemone. La Xenia
Dall'alto
dell'Olimpo, dove le nubi sono cinte da diademi di luce perenne e l'etere vibra
di un'armonia che i mortali non possono udire se non nei sogni, Zeus osservava
con crescente sdegno la decadenza della Xenia nelle fertili valli della Frigia.
La Xenia, parola greca che definisce l'ospitalità sacra come un legame
indissolubile tra ospite e ospitante, era diventata un concetto dimenticato tra
gli uomini, sostituto dall'avidità e dalla diffidenza verso lo straniero. Il Re
degli Dei, le cui vesti erano tessute di tempesta e giustizia, decise di
scendere nuovamente sulla terra sotto mentite spoglie per testare la fibra
morale dell'umanità. Accompagnato dal fedele Ermes, il messaggero dalle ali
veloci e dalla lingua d'oro, il Cronide assunse l'aspetto di un viandante
polveroso e stanco, nascondendo la sua maestà abbacinante sotto una tunica di
lino grezzo, pronto a bussare a mille porte per scoprire se ancora esistesse un
barlume di pietà divina nel cuore dei mortali che popolavano quelle terre.
I due divini
pellegrini attraversarono città opulente e villaggi laboriosi, bussando a
palazzi dai portoni di bronzo e a dimore cinte da alte mura di pietra, ma
ovunque ricevettero solo insulti, porte sbarrate e sguardi carichi di
disprezzo. I ricchi proprietari, accecati dalla loro stessa Hybris, l'arroganza
smisurata di chi crede di non aver bisogno degli dèi, scacciarono i due
viandanti con la minaccia dei cani, violando apertamente il decreto di Zeus che
poneva ogni forestiero sotto la sua diretta protezione come Zeus Xenios.
Il Re degli Dei sentiva la sua collera ribollire come magma sotto la superficie
del mondo, ma continuava la sua ricerca, guidato da una speranza che solo un
padre può provare per i suoi figli, finché la loro marcia non li portò ai piedi
di una collina solitaria, dove una minuscola capanna fatta di fango e canne
palustri sembrava quasi implorare di non essere abbattuta dal vento che
soffiava dalle vette innevate del monte Ida.
All'interno di
quella dimora umile, vivevano Bauci e Filemone, una coppia di anziani che
avevano condiviso decenni di povertà con una dignità che profumava di incenso
antico. Quando Zeus ed Ermes bussarono alla loro porta di legno scheggiato, non
trovarono sospetto, ma un'accoglienza calorosa e immediata, che i greci
chiamavano Philoxenia, l'amore per lo straniero. Nonostante i loro corpi
fossero curvati dal tempo e le loro mani nodose come radici d'ulivo, i due
vecchi fecero accomodare gli ospiti su sedili coperti di stuoie grezze,
offrendo loro l'unico tesoro che possedevano: un'ospitalità genuina fatta di
sorrisi e di un focolare costantemente acceso. Filemone lavò i piedi dei
viandanti con acqua riscaldata sul fuoco di rametti secchi, mentre Bauci preparava
la tavola con un panno logoro ma pulito, dimostrando che la vera nobiltà non
risiede nel metallo prezioso, ma nella capacità di donare ciò che si ha con
spirito di sacrificio e amore verso il prossimo.
La cena che seguì
fu un miracolo di semplicità: olive conservate nell'acqua, bacche di corniolo
autunnale, ravanelli e formaggio fresco, accompagnati da vino che sapeva di
terra e di fatica. Durante il banchetto, accadde un evento prodigioso che
avrebbe rivelato la natura degli ospiti: il cratere del vino, che i due anziani
cercavano di centellinare per non far mancare nulla ai forestieri, si riempiva
magicamente da solo ogni volta che veniva svuotato. Questo fenomeno, che i
greci definivano Thauma (meraviglia sovrumana), colpì i due anziani con un
terrore reverenziale; essi compresero che a sedere alla loro tavola non erano
uomini comuni, ma potenze celesti che avevano scelto la loro povertà per
manifestarsi. In preda a una devozione frenetica, Bauci e Filemone cercarono
persino di sacrificare l'unica oca che faceva loro compagnia come guardiana
della casa, ma Zeus, commosso dalla loro infinita bontà, fermò il braccio di
Filemone con un tocco che sapeva di pace eterna.
Zeus si alzò,
riassumendo parzialmente la sua forma regale; la capanna fu improvvisamente
inondata da una luce dorata che non proveniva da alcun fuoco terrestre, e il
suo volto, prima segnato dalla polvere, divenne terso come il cielo dopo la
tempesta. "Noi siamo dèi," proclamò la sua voce, che risuonò come un
tuono lontano ma rassicurante, "e siamo venuti per punire l'empietà di
questa terra, ma per voi la giustizia del cielo ha preparato un destino
differente." Egli condusse i due anziani sulla cima della collina e,
volgendosi verso la valle, scatenò una pioggia torrenziale che in pochi istanti
sommerse tutte le case dei vicini spietati, trasformando la regione in un lago
perenne. Solo la loro povera capanna fu risparmiata, ma sotto il tocco della
Folgore, essa iniziò a trasmutarsi: le colonne di canna divennero marmo di
Paro, il tetto di paglia si trasformò in tegole d'oro e il povero focolare
divenne un altare consacrato al culto del Re degli Dei.
Zeus chiese
allora a Bauci e Filemone quale fosse il loro desiderio supremo, pronti ad
esaudire ogni richiesta per onorare il loro atto di fede. Gli anziani, che
avevano vissuto una vita di Homonoia (concordia di spirito), non chiesero
ricchezze o potere, ma di poter servire come sacerdoti nel nuovo tempio di Zeus
e, soprattutto, di non dover mai vedere la tomba dell'altro, desiderando di
morire nello stesso istante affinché l'amore non fosse spezzato dal dolore
della solitudine. Il Cronide, ammirato da tale purezza di cuore, concesse la
loro grazia; per molti anni essi vegliarono sul tempio, finché un giorno,
mentre stavano pregando davanti ai gradini di marmo, iniziarono a sentirsi
trasformare. Le loro membra si fecero rigide e venate di corteccia, i loro
capelli divennero fronde rigogliose e i loro piedi affondarono nella terra
sacra, trasformandoli in due alberi intrecciati: una quercia, simbolo della
forza di Zeus, e un tiglio, simbolo della dolcezza della cura.
Ancora oggi, chi
visita quei luoghi può udire il sussurro dei due alberi che si carezzano al
vento, un'eterna testimonianza del fatto che la giustizia di Zeus non dimentica
mai chi onora le leggi dell'umanità. Questo mito illustra perfettamente la
funzione di Zeus come Zeus Xenios, il dio che garantisce l'ordine morale
attraverso l'osservanza del rispetto reciproco, un valore che egli pose alla
base della civiltà greca per distinguere l'uomo dalla belva. Il Re degli Dei
dimostrò che la sua grandezza non risiede solo nel fulmine che distrugge le
città empie, ma nella capacità di riconoscere il valore infinito di un pasto
condiviso con amore. Bauci e Filemone rimasero per sempre nella memoria del
mito come l'esempio supremo della pietà che vince la morte, sotto l'occhio
vigile di un dio che, sebbene sieda sulle vette più alte del mondo, non
disdegna di sedere a tavola con chi sa ancora cosa voglia dire essere veramente
umani.

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