Pentasilea: Tratto da Mitologia Greca e Romana: Destini di donne mortali al cospetto degli Dei - Disponibile in esclusiva su Amazon.it anche Gratis su Kindle Unlimited
Il trauma che
segnò la sua esistenza e la spinse verso il conflitto troiano fu un atto di
tragica fatalità. Durante una battuta di caccia nelle fitte foreste della sua
terra, Pentasilea scagliò la sua lancia contro un cervo, ma il ferro divino,
deviato da un capriccio del destino o dalla volontà di una divinità avversa,
colpì a morte sua sorella Ippolita. Vedere la propria carne e il proprio sangue
cadere per mano propria scatenò in Pentasilea una disperazione che nessun rito
di purificazione poteva placare. Ella iniziò a desiderare la morte, ma non una
fine oscura o solitaria; cercava un’espiazione gloriosa, un campo di battaglia
dove il suo sangue potesse scorrere per una causa nobile, liberandola dal peso
insopportabile del rimorso. Fu per questo motivo che, quando giunse la notizia
della morte di Ettore e del collasso imminente di Troia, Pentasilea radunò
dodici scelte guerriere, tra cui Antandra, Ippotoe e Derinoe, e cavalcò verso
le alte porte di Ilio per offrire il braccio delle Amazzoni al re Priamo.
L'arrivo di
Pentasilea a Troia fu accolto come un miracolo solare nel mezzo di una notte
senza fine. Si narra che quando ella entrò in città, il popolo troiano accorse
per ammirarla, vedendo in lei non una semplice mortale, ma una divinità scesa
dall'Olimpo per volere di Ares. Priamo la accolse con onori sovrani, offrendole
banchetti e doni inestimabili, sperando che la forza di quella vergine
guerriera potesse capovolgere l'esito di una guerra che sembrava già perduta.
Pentasilea, con il volto radioso e l'armatura d'oro che brillava sotto il sole
dell'Anatolia, giurò al vecchio re che avrebbe ucciso Achille, il massacratore
di eroi, e che avrebbe ricacciato gli Achei nelle loro navi nere, bruciando
l'orgoglio della Grecia. L'interazione con l'immortale si manifestò in quel
giuramento: Ares stesso infuse in lei un vigore soprannaturale, preparandola al
duello che avrebbe segnato la fine dell'epoca eroica.
Il giorno della
battaglia, Pentasilea uscì dalle mura di Troia come un incendio che divampa in
una selva secca. Ella cavalcava un destriero bianco come la spuma del mare,
dono di Borea, e brandiva una scure bipenne di bronzo che fendeva l'aria con un
fischio sinistro. La sua furia fu devastante: ella si abbatté sui ranghi greci
con una precisione letale, seminando la morte tra i campioni achei. Si dice che
uccise otto grandi guerrieri in un solo assalto, tra cui il medico Macaone, e
che il suo grido di guerra terrorizzasse persino i veterani di mille battaglie.
Gli dèi, osservando dalla cima dell'Ida, erano divisi: Ares esultava vedendo la
figlia trionfare, mentre Atena ed Era guardavano con preoccupazione quella
donna che sembrava poter sfidare il decreto del Fato. Per alcune ore, parve che
Troia potesse davvero risorgere dalle proprie ceneri grazie al braccio
dell'Amazzone.
Ma l'interazione
fatale con il massimo degli eroi era inevitabile. Achille, che si era ritirato
per un momento dal cuore del combattimento, udì il fragore della strage e vide
la rotta dei suoi compagni. Insieme ad Aiace, il figlio di Telamone, si mosse verso
la guerriera. Quando i due si trovarono l'uno di fronte all'altra, il tempo
sembrò fermarsi. Pentasilea, lungi dal fuggire, scagliò la sua lancia contro lo
scudo di Achille, ma il metallo forgiato da Efesto respinse l'attacco senza un
graffio. L'eroe greco, con una freddezza spietata, comprese di avere davanti un
avversario degno del suo nome, ma non ebbe pietà. Con un solo, tremendo colpo
della sua lancia di frassino del Pelio, egli trafisse il petto di Pentasilea,
trapassando l'armatura e il cuore della regina. Ella cadde da cavallo, e con
lei cadde l'ultima speranza di Troia.
L'interazione con
la crudeltà umana si palesò attraverso la figura di Tersite, il più deforme e
maligno tra i Greci. Vedendo l'eroe piangere sulla salma della nemica, Tersite
iniziò a deriderlo con parole cariche di veleno, accusandolo di lussuria verso un
cadavere e offendendo la memoria della regina amazzone. In un impeto di rabbia
pura, Achille colpì Tersite con un pugno così violento da ucciderlo sul colpo,
scatenando un tumulto all'interno dell'accampamento greco. Nonostante le
proteste dei compagni, Achille pretese che il corpo di Pentasilea fosse
trattato con la massima dignità. Egli non permise che la sua salma venisse
profanata o gettata nel fiume Scamandro, ma la riconsegnò ai Troiani affinché
Priamo potesse celebrarne il funerale con tutta la solennità dovuta a una
figlia di Ares.
Le conseguenze
della sua storia furono la fine della nazione amazzonica come forza politica
capace di intervenire nei destini del mondo e la consacrazione di Pentasilea
come il simbolo della bellezza che risplende solo nell'istante della sua
distruzione. Ella rappresenta la donna che cerca nell'eroismo la medicina per
un dolore interiore, dimostrando che la gloria e la tragedia sono spesso due
facce della stessa medaglia divina. La sua biografia finisce tra i fumi della
pira che Priamo innalzò per lei, un rogo che illuminò per un'ultima volta le
mura di Troia prima dell'inganno finale del cavallo di legno.
Pentasilea resta
nel mito come la regina che non conobbe la sconfitta dello spirito, ma solo
quella della carne. La sua eredità è il ricordo di un duello dove non vi fu un
vero vincitore, poiché colui che sopravvisse rimase ferito nell'anima per
sempre. Ella è la prova che persino il cuore più duro può essere spezzato dalla
visione della bellezza sacrificata, lasciando ai posteri il nome di colei che
cavalcò verso la morte per trovare la pace, diventando per l'eternità la
"Sposa della Guerra".


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