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domenica 1 marzo 2026

Il Peccato di Tantalo e il Banchetto Sacrilego

 

Il Peccato di Tantalo e il Banchetto Sacrilego

Tratto da: Dalla Nascita degli Dei ai Sette Re di Roma di D. Fontana

Prima che il grande Eracle potesse calcare il suolo dell'Argolide, un'ombra terribile si allungò sulla terra per opera di Tantalo, il re di Lidia che regnava sulle pendici del monte Sipilo. Egli era figlio di Zeus e della ninfa Pluto, e godette di un privilegio che nessun altro mortale aveva mai conosciuto: era ammesso regolarmente alla mensa degli Dei sull'Olimpo, dove gustava il nettare e l'ambrosia conversando liberamente con i Numi. Ma Tantalo, invece di trarre saggezza da tale vicinanza, lasciò che la sua mente marcisse nell'arroganza. Egli iniziò a rubare il cibo divino per donarlo ai suoi compagni mortali e, cosa ancor più grave, osò mettere alla prova l'onniscienza degli Dei con un atto di crudeltà inaudita.


 
Per verificare se gli Dei potessero davvero conoscere ogni segreto, Tantalo invitò gli Olimpici a un banchetto nella sua reggia. In segreto, uccise il proprio unico figlio, il giovanissimo Pelope, ne fece a pezzi le carni e le cucinò, servendole agli Dei come se fossero la prelibatezza di un animale cacciato. Tutti gli immortali, non appena il vapore di quel piatto empio giunse alle loro narici, si ritrassero inorriditi, comprendendo all'istante l'atrocità del crimine. Solo la dea Demetra (Cerere), che in quel tempo vagava disperata e distratta dalla ricerca della figlia Proserpina, mangiò un piccolo pezzo della spalla sinistra del fanciullo prima di accorgersi dell'inganno.



 L'ira di Zeus fu immediata e implacabile. Tantalo fu scagliato nel Tartaro, condannato a un supplizio eterno che avrebbe dato il nome al termine stesso di "tormento": egli sta immerso fino al mento in un lago di acqua limpida, ma ogni volta che tenta di bere, l'acqua si ritira lasciando il suolo arido; sopra di lui pendono rami carichi di frutti succosi, ma ogni volta che allunga la mano per coglierli, un colpo di vento li sposta oltre la sua portata. Inoltre, un'immane rupe sovrasta il suo capo, minacciando costantemente di crollare, costringendolo a vivere in un terrore perenne che non conosce fine, monito eterno contro chi osa insultare la maestà dei Numi.

 La Rinascita di Pelope e la Spalla d'Avorio

 Ma gli Dei, nella loro giustizia, non vollero che l'innocente Pelope rimanesse vittima della follia paterna. Zeus ordinò alle Moire e a Ermes di radunare i pezzi del fanciullo e di immergerli nuovamente nel lebete sacro (il calderone della vita). Cloto, la Parca che fila il filo dell'esistenza, rimosse il corpo dal fuoco e Pelope ne emerse più bello e radioso di prima, restituito alla vita con una vitalità sovrumana. Poiché la spalla sinistra era stata mangiata da Demetra, Efesto, l'inclito fabbro divino, ne forgiò una nuova utilizzando l'avorio più puro e lucente, affinché l'eroe portasse per sempre addosso il segno visibile del suo passaggio attraverso la morte e la rinascita divina.

 Pelope divenne un giovane dalla grazia tale da innamorare persino Poseidone, il dio che scuote la terra. Il Nume dei mari portò il giovane sull'Olimpo, proprio come Zeus aveva fatto con Ganimede, e gli donò un carro d'oro trainato da cavalli alati che non conoscevano stanchezza, capaci di correre sulla cresta delle onde e sulla punta delle messi senza lasciare traccia. Ma Pelope, giunto all'età adulta, sentì il richiamo della terra e il desiderio di conquistare un regno e una sposa. Volse lo sguardo verso il Peloponneso, dove il re Enomao sfidava ogni pretendente di sua figlia Ippodamia in una corsa di carri mortale, avendo già ucciso tredici giovani e appeso le loro teste alle porte della sua reggia.

 Pelope, pur consapevole del pericolo, invocò Poseidone sulle rive del mare notturno. Il Dio apparve tra i flutti e gli confermò il suo favore. Con il carro divino e l'astuzia di Mirtilo, l'auriga di Enomao che era stato corrotto con la promessa della metà del regno (o di una notte con Ippodamia), Pelope affrontò la gara. Mirtilo sostituì i perni di bronzo del carro di Enomao con altri di cera; durante la folle corsa, le ruote si staccarono, il carro del re si frantumò e Enomao perì travolto dai suoi stessi cavalli. Pelope divenne così re di tutta la regione che da lui prese il nome di Peloponneso, dando inizio a una stirpe di re possenti e tragici.

L'Ombra di Mirtilo e l'Inizio della Maledizione

Tuttavia, la gloria di Pelope fu immediatamente macchiata dal tradimento. Invece di onorare la promessa fatta a Mirtilo, l'eroe, temendo le pretese dell'auriga, lo attirò su un'alta scogliera e lo scagliò nel mare che da lui avrebbe preso il nome di Mar Mirtoo. Mentre precipitava verso la morte, Mirtilo lanciò una maledizione terribile su Pelope e su tutta la sua discendenza, invocando le Erinni affinché il sangue non smettesse mai di scorrere tra i figli del figlio. Questo anatema si abbatté sui figli di Pelope, Atreo e Tieste, la cui rivalità sanguinaria avrebbe portato alle atrocità del banchetto di Tieste e, generazioni dopo, al dramma di Agamennone e Oreste.

Ma prima che queste ombre si addensassero del tutto, il sangue di Pelope si diffuse nelle città di Argo e Micene, intrecciandosi con la stirpe di Perseo. Una delle figlie di Pelope, Nicippe, andò in sposa a Stenelo, figlio di Perseo, e da loro nacque Euristeo, colui che per volere di Giunone sarebbe diventato il padrone delle dodici fatiche di Eracle. È in questo groviglio di ambizioni, tradimenti e favori divini che si prepara la scena per la nascita dell'eroe più grande di tutti i tempi, colui che avrebbe dovuto purificare il mondo dai mostri e dalla malvagità delle stirpi antiche.

 Le Muse ci portano ora verso le mura di Tebe, dove la nobile Alcmena, discendente di Perseo e sposa di Anfitrione, sta per diventare il centro di un piano divino ordito da Zeus stesso. Il Re degli Dei, desiderando generare un difensore per gli uomini e per gli stessi Dei contro le minacce future, ha scelto lei come madre del suo ultimo figlio mortale. La maledizione dei Pelopidi e la gloria dei Perseidi stanno per convergere in un unico, immenso evento: la lunga notte che vedrà il concepimento di Eracle, l'invincibile.



 

sabato 28 febbraio 2026

Ares: Il Dio dell'Urlo e della Strage

 




Ares: Il Dio dell'Urlo e della Strage.  Tratto da: Dalla nascita degli Dei ai Sette Re di Roma di D.Fontana

 Ares, figlio legittimo di Zeus e di Era, è la divinità che nell'Olimpo rappresenta l'aspetto più brutale, caotico e sanguinario della guerra. Mentre Atena è la strategia che conduce alla vittoria con il minimo spargimento di sangue, Ares è l'estasi del combattimento, il piacere fisico dello scontro e l'ebbrezza che deriva dal massacro. Egli è il "distruttore di città", l'uomo-carnefice che calpesta i campi di battaglia con i suoi schinieri di bronzo sfolgorante. Perfino suo padre Zeus, nell'Iliade, giunge a dichiarare di odiarlo più di ogni altro dio, definendolo un essere dal cuore instabile e violento, più simile ai Giganti che alla nobiltà degli immortali.

 

Quando Ares scende in campo, non lo fa da solo. Egli è preceduto e accompagnato da un seguito che incarna i terrori più profondi del conflitto: sua sorella Eris (la Discordia), che gode nel vedere gli uomini uccidersi tra loro; Enio, la dea delle stragi che distrugge le mura; e i suoi figli, Deimos (il Terrore) e Phobos (la Paura), che guidano il suo carro trainato da quattro destrieri immortali che spirano fuoco dalle narici: Aithon (l'Infocato), Phlogios (la Fiamma), Konabos (il Fragore) e Phobos (lo Spavento). Il passaggio di Ares è segnato da un urlo che sovrasta il grido di diecimila uomini, un suono che gela il sangue nelle vene e che spinge i combattenti in un vortice di follia distruttrice dove non esiste più né legge né pietà.